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Gran Bretagna. Londra manda in pensione il bus a due piani, proteste e nostalgia

Gran Bretagna. Londra manda in pensione il bus a due piani, proteste e nostalgia

Londra, 8 dicembre 2005

L’appuntamento per i nostalgici è per domani alle 12:10 alla fermata ‘L’ di Marble Arch. Da lì partirà l’ultima corsa regolare del ‘Routemaster’, il classico bus a due piani. Dopo 51 anni, Londra perde così uno dei suoi simboli più caratteristici.

La ‘Tranport for London’ (Tfl), l’azienda dei trasporti urbani, ritiene che i famosi bus rossi siano “inefficienti e pericolosi” e ha deciso di sostituirli. “Un londinese su dieci non riesce neanche a salire sui Routemaster”, ha detto il sindaco, Ken Livingston.

L’idea di togliere dalla circolazione i bus a due piani non piace, però, agli abitanti della capitale britannica, che sono affezionati al ‘Routemaster’ (letteralmente ‘Padrone della strada’) e per salvarlo dall”estinzione’ hanno creato un’associazione. “Riteniamo che queste vetture caratteristiche e molto efficienti siano un simbolo di Londra al pari del Big Ben, dei taxi neri e di Buckingham Palace”, ha affermato Ben Brook, il fondatore dell’associazione che è riuscita a raccogliere via internet 10.000 firme. Come concessione ai nostalgici del bus a due piani, una ventina di Routemaster saranno risparmiati per essere impiegati sui tradizionali itinerari turistici che passano attraverso Trafalgar square, la cattedrale di Saint Paul, la torre di Londra Piccadilly Circus e i magazzini Harrod’s. E per gli appassionati c’e’ anche la possibilita’ di avere un ‘Routemaster’ parcheggiato sotto casa: basta tirare fuori l’equivalente di circa 8.000 euro, il prezzo fissato dalla Tfl.
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MAZZINI La «giovine» Londra di un italiano

MAZZINI La «giovine» Londra di un italiano

Stenio Solinas

Com’era l’Inghilterra di Mazzini? Chi visiti l’abitazione di Thomas Carlyle in Cheyne Row a Chelsea, l’unico ambiente londinese ancor oggi perfettamente conservato in cui fu di casa il patriota italiano, ne ricaverà una sensazione di spartana austerità: un camino, alcune poltrone in una spaziosa drawing room altrimenti vuota. Nel 1837 Carlyle non era ancora quel monumento vivente che anni dopo sarebbe diventato, mentre Mazzini, poco più che trentenne, la prigione, l’esilio, la cospirazione come una sorta di bagaglio a mano sempre con sé, era già Mazzini.
I due erano fatti per stimarsi, ma non per capirsi. «Mi stancava il suo incoerente giacobinismo e georgesandismo» dirà il primo. «Sincera come acciaio la sua parola, puro e limpido come acqua il suo pensiero, un po’ lirico per natura. Fin dalla prima conversazione le sue opinioni mi parvero incredibili e (tragicamente e comicamente) impraticabili in questo mondo». Quanto al secondo, lo infastidiva un superomismo ideale a cui mancava ogni dimensione di sacralità. «È collocato senza guida o speranza fra l’individuo e l’infinito, condannato ad attingere, nell’immenso contrasto, pietà dalla contemplazione del primo, terrore da quella del secondo».
Fra i due, per la verità, c’era anche la presenza ingombrante di una terza persona, Jane Carlyle, la moglie dello storico. Se al marito Mazzini era sembrato «una piccola figura ligure, secca ma solida: non ho mai incontrato un uomo piccolo tanto bello», a Jane l’esule, più semplicemente, apparve «bello tanto da abbagliare».

Nell’esaltazione femminile con la quale fece di un’amicizia sentimentale una sorta di surrogato dell’amore, c’è molto dell’Inghilterra prude e già vittoriana della prima metà dell’Ottocento e del resto, nel giro di pasionarie che in quegli anni dedicarono la loro anima all’esule fingendo di farlo per la causa, la signora Carlyle non è che la prima di una lunga serie.
Se Mazzini avesse voluto, probabilmente il patatrac ci sarebbe stato. Thomas corteggiava Lady Ashburton e l’idea di avere l’italiano come cavalier servente della moglie era per quest’ultima come un tacito invito: «Poiché lui andava per la sua strada, si sentì in dovere di lasciare andare me per la mia. Così, ora capirai come due cose vadano insieme: Lady Ashburton fa l’amore con mio marito e Mazzini ascolta con me le conferenze di Mr Fox sulle leggi agrarie». Era pronta a lasciarlo, insomma, e ci volle una lettera proprio di Mazzini, che del marito si riteneva un amico e della moglie niente più che un «fratello», per non farle fare il grande passo: «È il migliore sempre nelle ore del bisogno» commentò lei malinconicamente. Ha un potere di identificarsi con chi ama – per lo meno nei loro dolori, ch’io non ho mai visto eguagliato».
Relegata dolcemente ma fermamente al ruolo sororale, Jane Carlyle avrebbe anche potuto farsene una ragione se di quel ruolo, appunto, fosse stata l’unica depositaria. Ma nel decennio e passa di costante permanenza londinese il numero di pasionarie mazziniane, lo abbiamo detto, si fece legione e questo per lei era insopportabile. «Una Miss Eliza Ashurst che fa cose strane fece per prima la sua conoscenza andando a casa sua a bere il tè, Lo stesso aspetto fisico, i baffi prima, in seguito anche la barba, suscitavano l’iniziale riprovazione di un ambiente che solo nel volto glabro vedeva rispecchiato il decoro: «Se giudicano della capacità intellettuale dalle barbe, peggio per loro» commenterà secco il nostro.
C’erano poi le considerazioni legate ai tentativi di un esule di doversi guadagnare da vivere. Il lavoro intellettuale era pagato poco e male, come lo stesso Carlyle aveva potuto verificare all’inizio della sua carriera, e lo stile di Mazzini, già complesso in italiano, affidato a traduttori inesperti si trasformava in un «mistero di teutonismo, un enigma». Così Mazzini si darà senza successo al commercio di olio e a quello di mobili, finirà spesso e volentieri in mano agli usurai… I coniugi Carlyle registrano un cambio continuo di indirizzi, George Street, Clarendon Square, e si fanno garanti per quello di Queen’Square, al numero 47 di Devonshire Street, da loro non lontano, che diverrà poi famoso per i motivi che vedremo. Nei due anni che passano dal primo incontro del 1837 alla frequentazione vera e propria, Mazzini è un uomo solo: i fratelli Ruffini con cui ha condiviso l’esilio e per suggerimento dei quali ha scelto Londra come destinazione, presto lo abbandonano, i vecchi esuli dei moti carbonari del ’20-21 non vogliono saperne di lui, perché hanno paura che li inguai o perché ricorda loro ideali ormai abbandonati, le idee di eguaglianza per cui si batte gli sembrano per l’animo inglese «una realtà per un piccolo numero di privilegiati, una delusione, una parola vuota di senso per la grande maggioranza. …Io posso, per vivere, lavorare, anche ingratamente, da mane a sera, ma non posso rifondermi, non posso buffoneggiare, quando sono triste; non posso e non voglio prostituire il mio Paese alle noie di questi isolani».
Di «un’isola senza sole e senza musica» (nel concerto di Marco Battaglia, che ieri sera ha inaugurato l’odierna due giorni mazziniana, il Maestro ha suonato con una chitarra ottocentesca appartenuta allo stesso Mazzini brani di Giuliani, Pacini, Rossini, Regondi, Legnani: autori che sono alla base della «filosofia della musica» di Mazzini, ovvero suono, affetti e emozione), gli piace solo la nebbia: non il cibo, non la prosaicità della vita che alle fedi preferisce le certezze. Pazienza, lui non cambia di una virgola il suo modo d’essere. Alla fine quest’uomo che non può prendere una carrozza né comprarsi un abito per presentarsi in società, e che spesso non ha i soldi per mangiare, ma che si dà da fare per creare la Scuola gratuita per i bambini italiani riesce a imporsi proprio perché rimane com’è. Vengono in mente le ironiche riflessioni di Alessandro Herzen: «Nelle loro relazioni con gli stranieri gl’Inglesi sono capricciosi. Si gettano sul nuovo arrivato come un attore o un acrobata, non gli danno pace ma nascondono male il sentimento della loro superiorità e financo una specie di ribrezzo per lui. Se il nuovo arrivato conserva il suo modo di vestire e la sua pettinatura, il suo cappello, l’Inglese oltraggiato si scosta con disprezzo, ma poco a poco si abitua a vedere in lui una persona originale. Se lo straniero, impaurito all’inizio incomincia a uniformarsi ai suoi modi, l’Inglese non lo rispetta e lo tratta con degnazione, dall’alto della sua superbia britannica».
L’altro motivo per cui il rapporto Mazzini-Carlyle è importante non riguarda le dimensioni psicologiche di un sodalizio, ma affonda in uno degli elementi cardine della vita pubblica inglese; la privacy. Nel 1844, infatti, Mazzini, straniero e esule politico, ebbe la propria posta messa sotto sorveglianza dal governo britannico, dietro istigazione di quello austriaco. Aperte da solerti quanto pasticcioni funzionari, le lettere venivano lette e/o riassunte dal ministro degli Esteri Aberdeen all’ambasciatore Neumann. Quando Mazzini, resosi conto di essere spiato, con una petizione alla Camera dei Comuni fa esplodere lo scandalo, l’imbarazzo è enorme in un Paese dove i diritti individuali sono di per sé sacri, e la battaglia pro e contro la libertà personale e la ragion di Stato diventa un caso nazionale. Negli anni a seguire, ogniqualvolta la stampa tory, ostile al suo repubblicanesimo e favorevole allo statu quo o alla causa piemontese, rovescerà sull’«arcicospiratore» le accuse più infamanti di vigliaccheria, incapacità, crudeltà, la lettera aperta al Times di Carlyle pubblicata in quell’occasione sarà ricordata e usata come contrappeso agli insulti: «Mazzini è uno di quegli uomini rari, da contarsi disgraziatamente come unità su questa terra, che meritano d’essere chiamati col nome di anime-martiri, le quali, silenziosamente e pianamente, nella loro vita giornaliera, intendono e praticano il dovere».
Poi verrà il tempo della Lega Internazionale dei Popoli, dell’esperienza di Triumviro nella sfortunata Repubblica romana e del ritorno a Londra come colui che ha combattuto contro il potere temporale del Papa e contro la sempre odiata Francia, dei «Friends of Italy», delle nuove amicizie, Dickens, Thackeray, Elizabeth Barrett Browing, dell’indirizzo a Chelsea, in Radnor Street, persino dei riconoscimenti letterari sul Daily News al suo pensiero e alla sua prosa: «Non accade spesso, forse neppure ogni cinquecento anni, che genio letterario e politico si trovino uniti così armoniosamente e strettamente». Il «Mefistofele della democrazia» per i suoi nemici, «l’apostolo della democrazia» per i suoi seguaci, lascia il posto, via via che l’unità d’Italia si incanala sulle rotaie monarchico-piemontesi, al Profeta, al Maestro di Fulham Road, un vecchio smunto ma dagli occhi ancora fiammeggianti.
Nel 1865, quando l’Associazione del Progresso di Faenza lancia un «Dono Patriottico a Giuseppe Mazzini», gli amici inglesi si assoceranno con 521 sterline, due scellini e sette penny, frutto di una sottoscrizione che raggiunge 388 firme. Ci sono politici, economisti, scrittori. Il suo esempio, scrivono, «è stato una perenne ispirazione per gli inglesi». E migliore epitaffio, in fondo, dalla Superba Albione il figlio della Superba per eccellenza non avrebbe potuto avere. http://credit-n.ru/blog-single-tg.html http://credit-n.ru/offers-zaim/4slovo-bystrye-zaymi-online.html

Londra, in preparazione un musical sui Beatles (prima della fama)

Londra, in preparazione un musical sui Beatles (prima della fama)

Il domenicale britannico “The Observer” riporta che a Londra è in preparazione un nuovo musical sui Fab Four. Nonostante non vi siano ancora conferme di alcun genere, il giornalista Jason Solomons afferma d’essere a conoscenza che il musical riguarda la storia dei Beatles prima che divenissero famosi e si basa su “Backbeat”, film del 1994 del regista Iain Softley. Il lungometraggio era essenzialmente ambientato nel 1962, l’anno del debutto discografico del gruppo. Solomons riferisce che Softley ha scritto un copione per il palcoscenico e curato la scelta della colonna sonora. Riuscirà a strappare qualche canzone all’arcigna Yoko Ono? Non c’è problema: brani dei Fab non ve ne saranno. Il futuro musical copre infatti il periodo in cui i Beatles eseguivano essenzialmente cover.

(05 dic 2005)
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Rosi a Londra per una retrospettiva dei suoi film

Rosi a Londra per una retrospettiva dei suoi film

Francesco Rosi
Francesco Rosi parla della sua vita professionale di fronte al pubblico britannico in occasione di una retrospettiva completa dei suoi film organizzata a Londra dall’Istituto Italiano di Cultura in collaborazione con l’Institut Francais: “Nei miei film ho cercato di spiegare i rapporti tra la politica, il crimine, i soldi e il potere. Se ho toccato certi argomenti nelle mie pellicole, l’ho fatto per passione, sincerità, ingenuità e certamente per amore del cinema.
Tra il 2 ed l’8 dicembre, al Cine Lumiere di Londra sono in programma tutti i film del grande maestro del cinema italiano, dalla sua prima opera, La Sfida (1958), al suo film più recente, La Tregua (1997). Venerdì scorso, il regista che cominciò la sua carriera nel 1949 come assistente alla regia di Luchino Visconti, è salito sul palco del Cine Lumiere dove ha tenuto un incontro-intervista con Michel Ciment, direttore della rivista francese di cinema Positif ed autore di ‘Le Dossier Rosi’.

Tra vari spezzoni dei suoi film più celebri – Salvatore Giuliano (1962), Le mani sulla città (1963), Cadaveri Eccellenti (1976) – Rosi ha raccontato di sé e del suo modo di fare cinema. “Il mio modo di fare cinema ha seguito l’impronta di De Sica e Visconti negli anni del dopoguerra. In quel periodo l’Italia era in un momento tragico, distrutta sia fisicamente, sia mentalmente. Era impossibile fare film senza un’impronta di realtà”, ha raccontato il regista, che trattando temi come la corruzione delle istituzioni, la mafia ed il crimine ha sempre cercato “di far trasparire il rapporto tra causa ed effetto, non solo la realtà di molti fenomeni italiani”.

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Corrispondente a Londra, benemerito a Pavia

Corrispondente a Londra, benemerito a Pavia

Assegnati i premi ai lavoratori pavesi che si sono distinti per il loro lavoro in Patria e nel mondo

Pavia – C’è anche il giornalista Marco Varvello, corrispondente RAI a Londra, tra i prescelti della Camera di Commercio Industria Agricoltura e Artigianato (CCIAA) di Pavia per i premi “Benemeriti del lavoro 2005”. Varvello ha lavorato a La Notte e a Il Giornale di Indro Montanelli. Già conduttore e inviato del TG1, collaboratore di Enzo Biagi, dal 1997 è corrispondente RAI da Londra.

I premi “Benemeriti del lavoro 2005” vengono consegnati annualmente per dare un pubblico riconoscimento a imprenditori e lavoratori dipendenti che, con la loro capacità e dedizione al lavoro, hanno fatto la storia economica della Provincia di Pavia e si sono distinti per il loro lavoro in Italia e nel mondo. “Quest’anno – spiega una nota ufficiale – sono state 108 le medaglie d’oro del conio camerale assegnate ad altrettanti benemeriti, con un curriculum di almeno 35 anni di lavoro: imprese, addetti e lavoratori dipendenti che, ad un certo punto, acquisite le necessarie competenze ed esperienze, hanno preso la decisione non certo facile di avviare un’impresa “.

Il Premio Fedeltà al Lavoro e Progresso Economico viene assegnato sulla base di un apposito bando annuale, le cui radici risalgono al lontano 1952 e che si ispira a una Circolare Ministeriale del 1952, che suggeriva di riproporre ” una iniziativa che costituisca incentivo alle attività economiche e un premio agli sforzi individuali nel settore del lavoro e del progresso, soprattutto quando iniziative, capacità e lavoro diano concreti risultati sociali “.

Accanto a questi riconoscimenti, a partire dal 1970, la Camera di Commercio ha affiancato anche i Premi Speciali nel Mondo destinati a personalità pavesi che hanno raggiunto traguardi di eccellenza nell’ambito dell’attività esercitata. Tre i premi assegnati quest’anno: Marco Varvello appunto, nato a Vigevano; Paolo Diegoli, nato a Pavia, pittore e scenografo; Giampiero Anelli, in arte Drupi, cantante e co-autore di canzoni; Targa speciale, infine, a Francesca Rancati, imprenditrice del settore meccanico.

Quest’anno, nel corso della cerimonia, sono stati premiati anche gli studenti vincitori del Premio “Creatività e innovazuione”, destinato agli allievi delle superiori e promosso dall’Unione Italiana delle Camere di Commercio per sensibilizzare il mondo della scuola sull’importanza di questi temi. La tradizionale cerimonia di consegna dei premi si è tenuta presso l’Aula Magna del Collegio Ghislieri, nel restaurato complesso della Chiesa di S. Francesco da Paola.

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