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Il Libertino Johnny Deep

Il Libertino Johnny Deep

(Tratto dal sito primissima.it)
Il valore meno evidente, ma decisamente più congruo, di un’opera come The libertine risiede nell’affresco della società aristocratico-borghese in uno dei momenti più decisivi della storia dell’Inghilterra, più ancora che nella biografia del secondo conte di Rochester, al secolo John Wilmot, poeta “maledetto” smodatamente dedito all’alcool e alle donne, come viene ritratto dalle cronache dell’epoca, e attualizzato da Johnny Depp come una volubile star del rock and roll, un po’ Jim Morrison e un po’ Casanova, un po’ John Belushi e un po’ De Sade…

Perché proprio l’elemento trasgressivo della vicenda è quello meno interessante ai fini della riuscita della messinscena di Laurence Dunmore, per via del modo recitativo prevedibile e sempre sopra le righe del protagonista, e a causa della scarsa “teatralità” degli interpreti di contorno (Rosamund Pike e Samantha Morton non risultano molto convincenti), soprattutto a confronto di Stage Beauty - uscito pochi mesi fa - di cui il film in esame può considerarsi una specie di seguito.

Difatti anche in The libertine la corte di Carlo II Stuart e l’evoluzione del teatro post elisabettiano costituiscono l’opulento sfondo di un’oscura storia di amori e scandali, in cui brilla la meteora del nobile John Wilmot (1647-1680), versificatore geniale e licenzioso, nonché dongiovanni impenitente, protagonista del rapimento della blasonatissima Elizabeth Malet (Pike) giovane nobildonna che poi diventerà sua moglie, e compositore di satire, poemi erotici e scurrili che sbertucciano il sovrano, qui rappresentato da John Malkovich.

Nonostante ciò il conte di Rochester era tollerato e addirittura protetto dalla corona inglese, che sperando di trovare in lui un emulo di William Shakespeare, gli aveva commissionato un’opera letteraria che ne celebrasse i fasti. Tuttavia, l’unica occupazione “seria” del libertino, a margine della passione fisica e alcolica fu quella di talent scout. La scoperta di Elizabeth Barry (Morton), un’attrice che diventerà in breve la sua amante e la più grande diva dei palcoscenici londinesi, rappresenteranno il vertice della sua parabola.

Ma la stagione del successo volgerà presto al tramonto: l’abbandono della Barry, la dissennatezza della sua condotta, unitamente all’alcool e alla sifilide, comprometteranno la lucidità mentale di Rochester, ne devasteranno l’aspetto fisico e ne mineranno la salute in una degradazione rapida e progressiva che non gli eviterà di compiere, prima della morte avvenuta a soli trentatre anni, un clamoroso quanto provvidenziale “gesto di teatro”.

Il film, tratto da un’opera teatrale di Stephen Jeffreys, termina con il primo piano del volto del libertino che chiude la cornice aperta dall’incipit da consumato imbonitore: “Io non ho nessuna intenzione di piacervi e non vi piacerò”. Ma a parte la spontanea simpatia per Johnny Depp (che presto ritroveremo nel sequel de La maledizione della prima luna), e per i sapidi aforismi del suo alter ego, tra i quali ci piace conservare: “Vorrei essere un cane, una scimmia, o un orso, / O tutto tranne quell’animale vanitoso, / Che è così orgoglioso d’essere razionale”; e a parte le “pennellate” barocche della colonna sonora del solito Michael Nyman, i caratteri dei personaggi appaiono sbiaditi e, come già detto, il contesto finisce per fagocitare la tragica rappresentazione.

E quale miglior fondale dell’epoca di transizione uscita dall’oscurantismo puritano? Il 1660 è una data fondamentale della storia inglese quanto decisiva per il teatro post elisabettiano. La fine delle controversie religiose e politiche culminate nel Puritanesimo e nella dittatura di Oliver Cromwell significò il rientro degli Stuart dall’esilio francese e la restituzione del trono a Carlo II, il quale, rimasto per otto anni presso la corte di Luigi XIV, ne assimilò l’assolutismo, strinse con lui un’alleanza segreta in cambio dell’aiuto economico e ne fu educato alla maniera teatrale francese, influenza questa che gli tornò utile negli anni successivi, anche grazie al suo gusto innato, e all’interesse - non solo artistico - nei confronti delle attrici.

Appena rientrato in possesso del trono, Carlo, sovrano moderno e gaudente al punto da meritarsi l’appellativo di “Merry Monarch”, abolì le restrizioni ai pubblici spettacoli riaprendo i teatri di Londra rimasti chiusi dal 1642 per i diciotto anni della guerra civile e del furore religioso del periodo di Cromwell, favorendo la costituzione di compagnie teatrali, l’adeguamento dei drammi shakespeariani al gusto dell’età della Restaurazione (John Dryden), e l’allestimento delle numerose - e gradite al pubblico - commedie di costume (Comedy of Manners), specchio del cinismo e della mancanza di scrupoli morali della società dell’epoca, caratterizzate da molta franchezza verbale e che sfociavano piuttosto frequentemente in aperte allusioni erotiche.

 

CLAUDIO LUGI

Lady Henderson presenta

Lady Henderson presenta

Il regista  Stephen Frears, noto per molteplici lavori tra cui  “Le relazioni pericolose”,”Liam”, “My Beautiful Laundrette” e via dicendo,  a due anni di distanza dall’ultimo suo lavoro, “Piccoli affari sporchi”, regala al pubblico una brillante commedia:
Lady Henderson. Questa  racconta la rinascita di un teatro, il Windmill Theatre per l’esattezza, che negli anni ‘30 fece molto parlare di se.Londra, 1937. La storia:
Laura Henderson, donna facoltosa e dalle molteplici relazioni, ha da poco seppellito il suo adorato marito. E adesso si annoia. All’età di 69 anni è ancora troppo dinamica e vitale per rassegnarsi a scomparire in una discreta vedovanza. Quello che ci vuole è un passatempo, ma non un passatempo scontato e banale… per questo Laura decide di acquistare un teatro situato nel cuore di Soho, il Windmill Theatre. Qui con l'’aiuto del manager Vivian, con cui la donna ha un rapporto assai conflittuale, Laura apporterà delle fondamentali innovazioni nella storia del teatro britannico. Sfida i moralismi britannici per rallegrare i giovani soldati inglesi, privati della certezza di un futuro, mettendo in scena i primi spettacoli no-stop che impiegavano ballerine completamente svestite.

Woody Allen a Londra ritrova la vena perduta

Woody AllenWoody Allen a Londra ritrova la vena perduta

(Gentilmente tratto da il giornale)

Nella Londra di Match point Woody Allen ritrova parte dello smalto perduto a New York. Ultimamente era infatti declinato ulteriormente, all’ombra di Spielberg produttore, a sua volta in declino con la Dreamworks. Perfino gli incassi europei di Allen sono diventati sempre più esigui, mentre quelli americani lo sono sempre stati. Canuto e sordo, Allen torna a dedicarsi al filone criminale di Prendi i soldi e scappa, Crimini e misfatti, Pallottole su Broadway, Criminali da strapazzo e de La maledizione dello scorpione di Giada, che costella la sua filmografia di una quarantina di pellicole in trentacinque anni. La lotta di classe ridotta all’essenziale (perché tu sei ricco e io no?) s’intreccia qui con quello gli amori irregolari, come nel filone principale di Allen. Il quale resta incline alle lungaggini (Match point dura due ore e dieci minuti), mentre basterebbe metà tempo per raccontare di un tennista (Jonathan Rhys Meyers) arrivista, oltre che irlandese (dunque implicitamente cattolico), che sposa una milionaria londinese e sopprime l’amante americana incinta (Scarlett Johansson), oltre alla vicina (Margaret Tyzack) di casa, testimone ingombrante. Ogni riferimento a Una tragedia americana di Dreiser (e al film derivatone, Un posto al sole di Stevens) non è casuale; come non lo è evocare Delitto e castigo di Dostoevskij, letto dal personaggio principale (ma questo è uno specchietto per le allodole). Quanto alla genealogia puramente filmica, essa risale, col tennista assassino, a L’altro uomo di Hitchcock; e con la scoperta finale del diario a Sangue blu di Hamer.

Di tipicamente alleniano, allora, che cosa c’è? Il finale, che per una volta vale la pena di attendere.
Dopo averlo visto, vi chiederete: Allen si rivela finalmente cinico, come un inglese? Ma per un americano dichiararsi cinico è la morte civile. Così fin dal Festival di Cannes (dove il film era fuori concorso) Allen negava tutto, anche l’evidenza: «Non sono cinico. Anzi, voglio mostrare che i crimini, anche politici, troppo spesso giovano a chi li compie». Infatti nel film si parla anche di «danni collaterali» per la vittima imprevista.  Ma si divertirà amaramente anche chi non capisse l’allusione.

MATCH POINT di Woody Allen (Usa/Gb 2005), con Jonathan Rhys-Meyers, Scarlett Johansson. 130 minuti

Esce a Londra il quarto film di Harry Potter

Esce a Londra il quarto film di Harry Potter

(Gentilmente tratto dal quotidiano La Repubblica)

LONDRA - Alla vigilia dei festeggiamenti di Halloween, un’ondata di magia ha invaso Londra in anteprima. E’ stato presentato nella capitale inglese Harry Potter e il calice di fuoco, quarto film della saga tratta dai romanzi di J. K. Rowling, diretto stavolta (e per la prima volta) da un regista inglese, Mike Newell (quello di Quattro matrimoni e un funerale). Presentazione in grande spolvero, in una sede gotica, la Merchant Taylors’ Hall, antica borsa dei tessuti nel cuore della City, con un pezzo di scenografia della scuola di magia di Hogwart alle spalle e tutti i protagonisti del film, Daniel Radcliffe (Harry), Rupert Grint (Ron) e Emma Watson (Ermione), sottoposti a un fuoco di fila di domande da parte dei ragazzini che hanno assistito alla proiezione. Il film uscirà il 17 novembre il Inghilterra, il 18 negli Stati Uniti e il 25 in Italia. In questo quarto appuntamento, il maghetto è cresciuto, è ormai un adolescente e anche le sue storie si fanno più “grandi”, sfiorando in alcuni casi momento di vero e proprio horror. Anche per questo, visto che Harry Potter e il calice di fuoco è di certo l’episodio più dark di tutta la serie (c’è anche un morto), il film è stato vietato, in Inghilterra, ai minori di 12 anni non accompagnati. Tra le scene che hanno motivato la decisione della British Board of Film Classification, quella in cui una gang di Death Eaters incappucciati invade il campo da Quidditch dove si sta disputando il campionato mondiale, e quella in cui un uomo viene inghiottito sottoterra dalle radici di una pianta. Anche il linguaggio utilizzato è un po’ più “forte” rispetto ai film precedenti. “Ma i più preoccupati di queste scene - dice il produttore David Heyman - sono i genitori, non tanto i bambini che abbiamo avuto alle proiezioni. Forse non è proprio un film adatto a un pubblico di 4-5 anni ma, anche per i più grandicelli dipende sempre dall’educazione che hanno ricevuto”. Il giovane protagonista, Daniel Radcliffe, oggi sedicenne (quando ha girato il primo film del maghetto, ne aveva undici), comincia ad avere qualche perplessità sul proprio futuro “potteriano”: “Non so proprio se sarò io a interpretare tutti i film, in futuro. Di certo farò il quinto - ha detto, dopo la proiezione del film - ma poi, chissà”. E che sia cresciuto, si intuisce anche da come affronta certi argomenti. A chi gli ha chiesto quale sarebbe la sua compagna ideale per il ballo di fine anno alla scuola di magia, ha risposto senza esitare: “Natalie Portman, o Scarlett Johansson”, indicando due belle e famose giovani attrici hollywoodiane. Durante la conferenza stampa, il produttore David Heyman ha confermato che il regista del prossimo film, Harry Potter e l’Ordine della Fenice sarà il britannico David Yates (i primi due film erano stati diretti dall’americano Chris Columbus, il terzo dal messicano Anfonso Cuaron). In quanto alla storia, in Harry Potter e il calice di fuoco ritroviamo il maghetto che si appresta a frequentare il quarto anno presso la scuola di alta stregneria di Hogwarts, e dovrà vedersela con una gara difficile, il “Torneo Tremaghi”, al quale partecipano i campioni delle più prestigiose scuole di magia del mondo. Ma Harry, si diceva, è cresciuto, e si troverà a dover afrontare anche un altro genere di magia: l’amore. Il ragazzo si fidanzerà per una comnpagna di scuola, Cho Chang, interpretata da Katie Leung. (25 ottobre 2005)

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